Sant’Antonio e il porzèl «benedetto»

Posted on 18/01/2016

Tradizione vuole che Sant’Antonio Abate, patriarca del monachesimo, venga rappresentato nell’iconografia sacra seguito da un maialino, popolarmente interpretato come l’immagine del diavolo (a cui anticamente si associava il porco, creatura degli inferi) sconfitto dall’eremita.

Ma la storia dice anche che il collegamento – tra bestia e taumaturgo – si riferisca all’allevamento dei suini, inizialmente adottato dai monaci antoniani per dare sostentamento all’ordine ospedaliero dagli stessi fondato. Anche all’uso di nutrire il porco grazie alla pubblica carità, si deve la consuetudine (molto diffusa, fino a qualche decennio fa, nelle contrade rurali del Veneto) del porcellino di Sant’Antonio: questo, infatti, veniva allevato, per essere destinato alla mensa del parroco, con le offerte dei fedeli. La povera bestia girava di casa in casa , anticipato dal suono del campanello che gli veniva posto al collo.

Il Santo abate – protettore del fuoco domestico, del maiale e più genericamente del bestiame – si festeggia nel calendario cristiano il 17 gennaio. Perciò, appena passata la metà di gennaio, un tempo (non molto remoto) nella campagna veneta si cominciavano a consumare le carni del mas-cio da poco macellato. Di quello dell’anno precedente non c’era proprio più traccia visto che, in un’economia prevalentemente rurale, il maiale rappresentava – nell’entroterra veneto, oltre che nella cucina italiana in generale – la sovrana fonte di cibo. Quel che c’era di commestibile dell’animale, sacrificato sull’altare della Dea Fame, veniva confezionato (così come oggi) in quantità e modi diversi, da essere gustato tutto l’anno. E siccome del maiale non si butta niente, a fare gola erano anche gli ossi grassi, lasciati con poca carne attaccata, di pronto consumo. Quelli più piccoli finivano nella minestra di fagioli per darle più sapore, oppure venivano conditi con le verze per diventare una gustosa pietanza accompagnata dalla sempiterna polenta. Tutti gli altri ossi si lessavano in acqua salata, aromatizzata in vario modo, e si mettevano a tavola fumanti, conditi con sale grosso e rafano grattugiato (tenuto sotto aceto). Sapori di ieri, che oggi alcuni ristoratori ripropongono, far scoprire anche ai giovani cibi desueti della tradizione.

(Autore: Cristiana Sparvoli – Fonte: La Tribuna di Treviso)